La richiesta di dimissioni della Direzione Produzione Servizi avanzata dalla RSU, l’adesione allo sciopero regionale del 9 luglio e la denuncia, da parte della FP CGIL, di comportamenti definiti “derisori e con profili intimidatori” nei confronti di rappresentanti dei lavoratori non sono tre episodi isolati.
Sono il sintomo di qualcosa di molto più grave.
Quando i lavoratori denunciano un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro, quando i cittadini subiscono disservizi e aumenti sempre più frequenti e quando perfino il confronto con le rappresentanze sindacali viene descritto come irrispettoso, il problema non riguarda più soltanto l’organizzazione del servizio. Riguarda il modo in cui una parte della dirigenza concepisce il proprio ruolo.
Se i fatti riportati nei comunicati sindacali troveranno conferma, una dirigenza che arriva a deridere o intimidire i rappresentanti dei lavoratori mentre questi chiedono semplicemente più sicurezza, più organizzazione e migliori condizioni di lavoro dimostra di non considerare il confronto come una risorsa, ma come un fastidio.
Ed è questo il punto più preoccupante.
Una società a composizione totalmente pubblica non appartiene ai dirigenti, non appartiene all’amministratore delegato. Appartiene ai cittadini.
Chi la dirige ha il compito di amministrarla nell’interesse pubblico, non di comportarsi come se fosse un potere autonomo, sottratto al confronto e al controllo.
Quando viene meno il rispetto verso chi rappresenta i lavoratori, inevitabilmente viene meno anche il rispetto verso i cittadini, verso gli enti proprietari e verso la missione stessa per cui quella società è nata.
Una società pubblica esiste per garantire un servizio, non per difendere il prestigio o l’autoreferenzialità di chi la dirige.
Per anni abbiamo denunciato i rischi di un modello che, inseguendo il progetto della quotazione in Borsa, avrebbe inevitabilmente spostato il baricentro dell’azienda dalla qualità del servizio e dall’interesse pubblico verso logiche sempre più orientate agli equilibri economici e finanziari.
Molti ci hanno accusato di esagerare, oggi, però, i fatti impongono una riflessione. I disservizi, le tensioni con i lavoratori, la rottura delle relazioni sindacali e il progressivo allontanamento dell’azienda dai cittadini e dal controllo dei sindaci delineano un quadro che non può più essere liquidato come una normale difficoltà organizzativa.
Ma da questo momento cambia anche il piano delle responsabilità.
La dirigenza risponderà del proprio operato, i sindaci, però, dovranno rispondere delle loro scelte.
Non sarà più sufficiente continuare a ripetere che Alia è un soggetto autonomo e che le decisioni spettano esclusivamente ai dirigenti.
Alia è una società interamente pubblica, i proprietari sono i Comuni e i Comuni sono rappresentati dai sindaci.
Se davvero i sindaci non hanno più la capacità di indirizzare, controllare e correggere la gestione dell’azienda, allora il problema è ancora più grave, perché significherebbe che la politica ha rinunciato al proprio ruolo, consegnando una società pubblica a una struttura dirigenziale che opera senza un controllo effettivo.
Se invece questo controllo esiste, è arrivato il momento di esercitarlo.
Non possiamo più accettare che, mentre cittadini e lavoratori pagano ogni giorno il prezzo di decisioni organizzative sbagliate, gli enti proprietari si limitino ad assistere agli eventi come semplici spettatori.
E non possiamo più accettare che l’attenzione dei Comuni sembri concentrarsi soprattutto sui milioni di euro di dividendi distribuiti ogni anno, mentre sul controllo della gestione quotidiana dell’azienda si registra un silenzio sempre più difficile da comprendere.
Quei dividendi non sono un regalo.
Sono il risultato delle bollette pagate dai cittadini e del lavoro quotidiano di centinaia di lavoratori.
Per questo gli utili non possono mai diventare un alibi per chiudere gli occhi davanti ai problemi.
Governare una società pubblica non significa soltanto approvarne i bilanci o incassarne i dividendi, significa pretendere trasparenza, significa valutare l’operato della dirigenza.
Significa intervenire quando il modello organizzativo produce disservizi, tensioni sindacali e perdita di fiducia.
Da oggi saranno anche i sindaci al centro dell’attenzione e del giudizio dei cittadini, non per ciò che diranno, ma per ciò che faranno, o sceglieranno di non fare.
Perché il dovere di tutelare un servizio pubblico, i lavoratori che lo garantiscono e i cittadini che lo finanziano viene prima di qualsiasi equilibrio di bilancio, di qualsiasi dividendo e di qualsiasi convenienza politica.
Una società a totale partecipazione pubblica non può trasformarsi in un centro di potere autoreferenziale, deve tornare ad essere uno strumento al servizio della collettività ed è la politica che ha il dovere di riportarla lì.
Una società a totale partecipazione pubblica non ha padroni, ha amministratori temporanei e un unico proprietario permanente: i cittadini.
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