Ci sono momenti in cui smette di essere una battaglia di opinioni e diventano i dati a parlare.
Fino a 333 milioni di euro di danni ogni anno solo da alluvioni
La Piana fiorentina tra le aree più vulnerabili
527 milioni di euro l’anno di danni complessivi da eventi naturali
Patrimonio esposto: 924 miliardi di euro
Fonte: Natural Risk Index – Unipol
In questi giorni sono stati diffusi i risultati del Natural Risk Index – Unipol, uno studio basato su dati ufficiali (Istat, catasto, modelli assicurativi internazionali), quindi non una presa di posizione politica, ma una fotografia oggettiva del rischio.
E cosa dice questa fotografia?
Dice che la Toscana è la regione più esposta in Italia al rischio alluvioni, con danni stimati fino a 333 milioni di euro ogni anno, più di terremoti e tempeste. Dice che la piana fiorentina è tra le aree più vulnerabili, proprio il territorio in cui viviamo, tra Firenze, Prato, Pistoia… e quindi anche Empoli dove ben il 18% degli abitanti vive in zone a pericolosità elevata e molto elevata.
E allora la domanda diventa inevitabile: se questo è il quadro reale, documentato e certificato da ogni parte e istituto possibile, perchè a Empoli si sta facendo di tutto per costruire in zone con alto rischio idraulico? Perché qui non siamo più nel campo delle interpretazioni, siamo nel campo delle responsabilità!
Da una parte abbiamo studi autorevoli che ci dicono che il rischio è già altissimo e che l’impatto economico e sociale è enorme – centinaia di milioni ogni anno, oltre mezzo miliardo considerando tutti gli eventi naturali, tutti soldi che ricadono sulle tasche di noi cittadini.
Dall’altra continuiamo a vedere scelte urbanistiche che vanno nella direzione opposta: nuovo consumo di suolo, nuove superfici impermeabili, nuove edificazioni anche in contesti già fragili dove il rischio idraulico è certificato come alto.
E questo non lo diciamo solo noi, gli stessi uffici regionali hanno scritto chiaramente che queste previsioni aumentano l’impermeabilizzazione del territorio e quindi espongono a rischi maggiori legati ai cambiamenti climatici e gli studi tecnici sul POC evidenziano un arretramento evidente: meno opere strutturali di messa in sicurezza, meno visione complessiva, più affidamento a prescrizioni generiche.
Quindi il punto è molto semplice, anche se qualcuno continua a complicarlo, non siamo davanti a un rischio teorico, siamo davanti a un rischio già reale, già misurato, già pagato – in danni economici, in allagamenti, in vite stravolte, e in questo contesto ogni scelta urbanistica non è neutra.
Ogni metro quadro di suolo che impermeabilizziamo non è solo una trasformazione del territorio: è acqua che non viene assorbita, è pressione in più sui reticoli, è rischio che si sposta da una parte all’altra, spesso verso le case delle persone.
E allora il punto politico, tecnico e morale insieme è questo:
ha senso continuare a costruire in un territorio che gli studi ci dicono essere tra i più a rischio d’Italia?
Ha senso investire energie per trovare il modo di costruire “senza peggiorare” – quando la priorità dovrebbe essere ridurre un rischio che è già troppo alto?
Perché il Natural Risk Index non fa altro che confermare quello che da anni vediamo sul territorio, che siamo dentro un equilibrio fragile, e che continuare a spingerlo nella direzione sbagliata significa aumentare inevitabilmente i danni e i costi che pagheremo tutti.
Per questo oggi più che mai serve chiarezza, serve sana indignazione e serve dire con onestà che non basta parlare di compensazioni o di invarianza idraulica.
Serve dire che la prima vera misura di sicurezza è fermare il consumo di suolo nelle aree a rischio.
Perché quando i dati sono così chiari, continuare come se niente fosse non è più una scelta tecnica, è una scelta politica precisa le cui conseguenze, purtroppo, le conosciamo già.
Comitato Alluvionati 14 marzo, Comitato Carraia, Comitato Serravalle – San Martino, Comitato Trasparenza per Empoli
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