Commissione del 12 febbraio: non è stata “eccezionalità”, è un problema strutturale e continuare a costruire è un errore grave

La Commissione Consiliare congiunta I e II del 12 febbraio 2026 ha messo nero su bianco una serie di elementi che, se letti con attenzione, portano a una conclusione molto chiara: non siamo di fronte a un evento imprevedibile e isolato, ma a una fragilità strutturale del territorio che l’amministrazione continua a non voler affrontare alla radice.

Cinque sono i punti centrali emersi in Commissione:

  1. L’evento non può più essere definito “eccezionale”.
  2. Le cause sono strutturali e diffuse.
  3. Le responsabilità sulle acque meteoriche sono comunali.
  4. Continuare a prevedere nuove edificazioni è una scelta sbagliata e pericolosa.
  5. Gli interventi annunciati sono parziali, insufficienti e in parte scollegati dalle vere cause dei danni.

I fenomeni descritti in questo documento non riguardano un singolo quartiere o un singolo evento meteorologico circoscritto. L’alluvione ha colpito Empoli in modo diffuso, con episodi di rigurgito fognario registrati in aree diverse e non comunicanti tra loro. Questo dato — emerso negli stessi lavori della Commissione — è la prova più eloquente di una crisi sistemica: non si è rotto un anello debole della catena, è la catena nella sua interezza che non regge più il peso di decenni di urbanizzazione senza adeguamento infrastrutturale.

Mettiamo insieme i fatti.

  1. “Evento eccezionale”? I dati raccontano altro.

In Commissione, l’ing. Annunziati ha richiamato i dati Lamma – sistema SIR – riportando che nel marzo 2025 nel bacino dell’Arno medio sono caduti 199 mm contro una media degli ultimi 30 anni di 81 mm, dice testualmente: “Volendo dare dato certo e significativo 2 volte e mezzo la media di ciò che era piovuto nei 20 anni precedenti.” “si capisce che c’è una eccezionalità dell’evento non solo generale regionale ma in particolare a livello locale perchè dalle mappe si vede che su empolese le durate e valori sono superiori alle medie degli ultimi 25 anni”, chiara l’intenzione di classificare l’evento come eccezionale.

Ma lo stesso report regionale citato in Commissione mostra un quadro delle precipitazioni ben più articolato: nel marzo 2001 164 mm, nel marzo 2009 164 mm, nel marzo 2013 244 mm, nel marzo 2018 226 mm.

Questi non sono casi isolati ed eccezionali, sono dati distribuiti nel tempo, e se negli ultimi 25 anni più volte si superano o si avvicinano a valori simili – e in alcuni casi superiori – parlare ancora di “eccezionalità” significa non voler riconoscere un cambiamento strutturale del regime delle precipitazioni, soprattutto di fronte alla realtà per cui abbiamo avuto a Empoli tre alluvioni in circa cinque anni. Questo non è più un evento straordinario è una nuova normalità climatica con cui il territorio deve fare i conti.

Minimizzare o selezionare solo alcuni dati significa impedire una lettura trasparente e completa del problema.

  1. La causa: non l’argine dell’Orme, ma rete fognaria e reticoli minori

In Commissione sono emersi i dati necessari a chiarire che l’alluvione ha riguardato tutta Empoli con fenomeni diffusi di rigurgito fognario, dovuti:

  • all’inadeguatezza della rete fognaria in alcune zone;
  • alla storica mancanza di opere di mitigazione e messa in sicurezza dei reticoli minori;
  • mentre la rottura dell’argine dell’Orme non avrebbe influito sui fenomeni generalizzati.

Questo è un passaggio fondamentale: la causa principale non è stata un singolo punto di rottura, ma un sistema urbano che non regge più e quando un sistema non regge più, la prima regola dovrebbe essere semplice: non caricarlo ulteriormente, invece si cercano sempre nuove giustificazioni per continuare a costruire dove è presente un alto rischio idraulico.

Gli stessi lavori della Commissione hanno chiarito come la rottura dell’argine dell’Orme non abbia influito sui fenomeni generalizzati registrati nelle altre aree urbane. Non è un caso che il rigurgito fognario si sia manifestato simultaneamente in aree distanti e morfologicamente differenti. Questa diffusione generalizzata esclude qualsiasi spiegazione localistica: non è la pendenza di una singola via, non è l’incuria di un singolo tratto di reticolo minore, non è la sfortuna di un singolo quartiere. È la conseguenza di un sistema urbano complessivo — fognature, reticoli superficiali, casse di espansione mai realizzate — dimensionato per una città che non esiste più, e lasciato invariato mentre la città cresceva. Quando un sistema non regge più, la prima regola dovrebbe essere semplice: non caricarlo ulteriormente.

  1. Responsabilità: sulle acque meteoriche la competenza è comunale

Altro punto emerso con chiarezza: Acque S.p.A. ha dichiarato di non essere responsabile delle acque piovane, dunque la gestione delle acque meteoriche è responsabilità del Comune, e su questo punto è utile ricordare anche cosa dice la giurisprudenza amministrativa. Il TAR Lazio, Sez. II, Sentenza n. 2786/2022, afferma chiaramente:

a prescindere dall’eccezionale intensità delle precipitazioni meteoriche verificatasi, non vi è dubbio che un sistema fognario adeguato debba essere in ogni caso capace di smaltire una tale maggiore quantità di acque piovane nel corso della precipitazione, presumibilmente evitando o quantomeno fortemente riducendo l’entità e la ricorrenza degli allagamenti invero notevoli e frequenti che risultano essersi verificati, osserva il Collegio come in presenza di un sistema fognario appropriato non integri di per sé la prova del caso fortuito l’eccezionale intensità della precipitazione piovosa”

Questo principio è fondamentale: anche in presenza di piogge intense, l’eccezionalità non può diventare una giustificazione automatica. Se il sistema non regge, significa che non è adeguato.

E ancora più significativo è quanto dichiarato dall’ing. Bracali di Acque S.p.A.: le verifiche sulla capacità della rete avvengono al momento delle singole lottizzazioni, quando si analizzano le superfici impermeabili e le portate convogliate in fognatura. Ma se la rete risulta insufficiente, cosa succede? Si prescrivono vasche di laminazione o si chiede di scaricare le acque chiare nel reticolo minore.

Ecco le dichiarazioni dell’Ingegnere:

“… in quei casi noi si richiede ai lottizzanti di capire quali sono le aree impermeabili e di darci la stima delle portate che vengono convogliate nella fognatura e in base a queste portate noi chiediamo al comune di prescrivere alcuni accorgimenti, che sono vasche di laminazione, la separazione completa delle acque chiare cioè di non buttarla dentro la fognatura mista ma di scaricarla nel reticolo e cosi via. Fattivamente non si da un parere ma avendo noi la contezza della fognatura diamo delle prescrizioni sulla possibilità o meno di convogliare le condotte e gli scarichi.

Questo passaggio è cruciale: significa che solo dopo aver previsto l’edificazione con il PSI e POC si verifica se il sistema regge! E se non regge? Si sposta l’acqua altrove, spesso nel reticolo minore – che è stato dichiarato a più riprese, anche dal sindaco e dall’Ing. Annunziati, essere il fattore che maggiormente ha contribuito agli allagamenti quando appunto lo sfocio dei rii minori in Arno è impedito.

È un’impostazione rovesciata: non si blocca l’edificazione dove insostenibile ma si cerca una soluzione tecnica a valle, prima si pianifica la costruzione, poi si prova ad adattare l’acqua; ma l’acqua si sa non si adatta e le conseguenze le abbiamo subite.

  1. Il nodo centrale: stop alle nuove edificazioni

Il sindaco ha in varie occasioni ribadito che “laddove è previsto il rischio idraulico il POC non può prevedere edificazione”. Ma nella stessa Commissione si è affermato che, se vengono fatte determinate opere per eliminare il rischio, allora si può costruire, ecco le sue parole: “quando ci sono state osservazioni dei privati nel POC per costruire in zone a rischio la risposta è sempre stata rigida, che ci sono dei criteri della valutazione del rischio che sono dati dalla normativa, se vengono fatte determinate opere per eliminarlo si può costruire altrimenti non si puo fare e quindi nel momento in cui c’è la risposta è sempre negativa”.

Qui sta la contraddizione perché l’amministrazione fonda la propria giustificazione sul principio dell’invarianza idraulica, ma lo stesso ing. Annunziati ha ammesso pubblicamente i limiti teorici e pratici di questo strumento, arrivando a dichiarare che sull’invarianza idraulica “non esiste il collaudo” e che l’unica vera verifica è l’evento di pioggia e ha inoltre riconosciuto che la disciplina applicata “ha dei limiti”, ecco cosa ha detto: ” nelle opere idrauliche il collaudo è il collaudo dell’opera strutturale, il solaio te lo collaudi puoi fare la prova di carico, se si intende ma che verifiche fai sull’invarianza idraulica? Devi aspettare che piova. Cioè non esiste il collaudo nelle materie di natura idrologia, il collaudo è la rispondenza di cio che hai fatto al progetto, non è la messa alla prova, perchè non puoi aspettare che piova”, “noi siamo andati a prendere una disciplina che viene dall’Emilia Romagna e l’abbiamo calata sul nostro territorio, poi che abbia dei limiti questa disciplina siamo tutti d’accordo, ma io penso si possa convenire tutti che la strada è quella giusta.”

Questo significa che l’invarianza:

  • è una stima teorica,
  • non è verificabile in condizioni reali prima dell’evento,
  • presenta limiti ammessi dagli stessi tecnici.

Può essere uno strumento di mitigazione in contesti a rischio basso ma non può essere il lasciapassare per costruire in aree già classificate a rischio perché nella migliore delle ipotesi, l’invarianza limita un peggioramento ma non riduce il rischio esistente e soprattutto non mette in sicurezza ciò che oggi è fragile.

E allora la domanda è semplice: in un territorio che ha appena dimostrato di non reggere, perché investire energie e risorse per cercare il modo di costruire ancora anche in aree ad alto rischio, invece di concentrarle sulla riduzione del rischio?

Dove c’è rischio non si costruisce più e non solo a Ponzano ma in tutta Empoli!

  1. Interventi previsti: utili, ma insufficienti e in parte scollegati

Sono stati annunciati:

  • sistemi di pompaggio con idrovore;
  • casse di espansione a Sant’Andrea e Fontanella;
  • interventi sull’Orme.

Ma per questo è utile ricordare che a Marcignana una grande idrovora ha lavorato per oltre due giorni dopo l’alluvione mentre le cateratte erano aperte per pompare via l’immane massa di acqua accumulata nella zona. Le idrovore aiutano e per questo ben vengano, ma non bastano a risolvere i problemi di un territorio sovraccarico.

Riguardo alle casse di espansione legate al raddoppio ferroviario ben venga anche questo intervento, ma bisogna chiarire che servirà a mitigare impatti futuri del raddoppio, non a risolvere le criticità attuali.

Siamo davanti a interventi puntuali, non a una revisione strutturale del modello di pianificazione, e purtroppo delle circa dieci casse di espansione e laminazione, in più a quella di Ponzano, previste da oltre 13 anni non c’è stato alcun riferimento.

Conclusione: serve un cambio di paradigma

La Commissione del 12 febbraio non ha dimostrato che l’evento è stato imprevedibile, ha dimostrato che il sistema è fragile e ha mostrato che:

  • il clima sta cambiando in modo strutturale;
  • la rete fognaria e i reticoli minori non sono adeguati a questi eventi;
  • la responsabilità sulle acque meteoriche è comunale ed è legata alle previsioni urbanistiche;
  • l’invarianza idraulica ha limiti tecnici ammessi;
  • gli interventi annunciati sono parziali.

Continuare a prevedere nuove edificazioni in questo quadro significa aumentare la pressione su un sistema già al limite, non è una posizione ideologica, è una condizione dimostrata dai fatti emersi in Commissione. Se davvero si vuole mettere in sicurezza il territorio, la priorità deve essere: ridurre il rischio esistente, completare le opere strutturali mancanti, sospendere nuove edificazioni nelle aree a rischio e in tutte le aree verdi, aprire un confronto trasparente e reale con la cittadinanza.

Non bastano rassicurazioni, non bastano parole sull’“eccezionalità” e non bastano opere tampone, servono scelte coerenti e lungimiranti:

 

  • stop alle edificazioni in aree naturali e a rischio idraulico
  • via immediato alla realizzazione degli interventi strutturali previsti da anni e mai completati con ripristino di tutti i vincoli previsti dal vecchio regolamento urbanistico
  • aggiornamento dello studio idrologico idraulico di supporto al regolamento urbanistico come previsto da nuovo DUP

 

La sicurezza del territorio non si proclama, si costruisce prima di costruire altri muri di cemento!

Le proposte avanzate in questo documento non vogliono difendere interessi di parte: vogliono difendere l’intera città da un modello di sviluppo che ha dimostrato, nei fatti, di essere insostenibile. Continuare a prevedere nuove edificazioni in questo quadro significa aumentare la pressione su un sistema già al limite. Non si tratta di una posizione ideologica, ma di una condizione dimostrata dai fatti emersi in Commissione. Chiedere lo stop alle nuove edificazioni nelle aree a rischio e nelle aree verdi, il completamento delle opere strutturali attese da oltre un decennio, la revisione dello studio idrologico sulla base del clima attuale e l’apertura di un confronto trasparente e reale con la cittadinanza non è massimalismo: è l’applicazione del principio elementare per cui non si aumenta il carico su un pavimento che sta cedendo. Se davvero si vuole mettere in sicurezza il territorio, la priorità deve essere ridurre il rischio esistente — non aggiungerne di nuovo

 

Unione cittadini alluvionati – Comitati cittadini di Ponzano, Carraia, San Martino–Serravalle e Trasparenza per Empoli 

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